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   DANTE AMBROGI
   
 

 Biografia


  Dante Ambrogi è nato a Gubbio nel 1924 e qui è vissuto nel popolare Quartiere di S. Martino di cui ha riflettuto il sentimento ed il costume.
   Laureatosi in Medicina e Chirurgia all'Università di Perugia ha esercitato la professione di medico. Nel tempo si era specializzato in Cardiologia, in Medicina Interna e in Tisiologia. È stato per 45 anni, con grande umanità e professionalità, il medico di tante famiglie eugubine.
   Nel 1985 ha ricevuto, come riconoscimento per la sua dedizione alla professione medica, il "Valentino d'oro" (Terni).
   Ha più volte partecipato a premi letterari di poesia riuscendo primo in alcuni come nel "Premio Ungaretti", vinto due volte, nel "Gran Premio Italia" (Napoli), nel "Premio Iacopone da Todi", nel "Premio De Amicis" (Torino), nel "Premio Zeus" (Rimini), ecc.
Ha fatto parte dell'Accademia S. Marco (Napoli) e dell'Associazione Amici dell'Umbria (Terni).
Dante ci ha lasciato il 29 agosto 2013 all'età di 89 anni.

 

Ha pubblicato molteplici raccolte di poesie:

  • Ritagli di tempo (1960)

  • Poesie di trenta anni (1987)

  • Poesie tra cronaca e fantasia (1996)

  • Ritagli di poesie e racconti (1997)

  • La potatura degli alberi (1998)

  • Anni percorsi (1999)

  • Attimi liberi (2000)

  • Spazio d’autunno (2001)

  • Speranza (2002)

  • Tramonto (2003)

  • Ombra e Luce (2004)

  • Misticismo che continua... (2005)

  • Il Torrente (2007)

  • Gubbio e il suo tempo (2009)

Ha pubblicato, oltre ad un breve caleidoscopio letterario religioso, anche due libri:

  • Ricordi e riflessioni durante un viaggio (1993)

  • Ascensioni (1996)

 

   Il Dr. Ambrogi è sempre stato vicino alla poesia, fin dai tempi del Liceo classico.
Ha sempre creduto che la poesia "è un'affermazione positiva, non un modo di liberare l'emozione, ma una fuga dall'emozione". Della sua attività di poeta dice: "mi sembra di esprimermi in sentimenti umani dettati dalla fatalità del momento, dalle rapidi e difficili occasioni proposte dall'esistenza umana, dalla stessa morte che si associa al rimpianto ed al ricordo e speranza di una divina Provvidenza.
Credo ancora che la poesia resta per ciascuno di noi il linguaggio che travalica i confini del tempo e della storia"
.
   Il suo concetto di vita: "la vera vita è un incontro di colloqui di sguardi intrecciati nel silenzio dell'amore".
Brani scelti:
      Gubbio di sera
      Corri San Giorgio
      San Martino


Gubbio di sera
Sono tegole forti sbiadite nel tempo
tetti con lucerna aperti al cielo
comignoli dei tetti anneriti dal tempo
strade consunte dai passi.

Ho vissuto tranquillo
tra le tue mura Gubbio
ruvide dal peso della storia
guardo talvolta i cipressi
essi vigilano e difendono il tuo colore
catturando i raggi del sole fino al tramonto.

Il torrente attraversa la tua pianura
la tua città mentre ora le prime foschie della sera
contrastano con le braccia delle gru.
Tutti sono intenti a ricostruire il tuo passato
mentre sotto le volte degli stretti passaggi
senti i fruscii dei piccioni
e vedi l'ultimo concittadino
attraversare il tempo del futuro.



Corri San Giorgio
vivi, corri San Giorgio
non devi mollare
vivi corri non essere automa,

Sii Santo
con la forza per provare emozioni,
con occhi acuti
per vedere luce del Protettore
con la spada per sfiorare l'avvenire.

Non crederti il cavaliere del mondo
ma crediti il centro della corsa.
Scendi dal tuo trono
come un angelo calligrafo
sul quale non siedi

ma stai sospeso
dominatore del folle volo.
sarai sempre una luce
perché saliremo nella tua nave azzurra
per conquistare gl'incanti

dell'altra sponda,
ove sommessi nell'altare dell'amore
pregheremo
perché solo il tuo fluire
è imperativo crescente.



S. Martino
"La nebbia agli irti colli…"
La festa di San Martino ha un sapore particolare. È l'anticamera dell'inverno specialmente nei borghi agricoli dove si assaggia il vino nuovo, ultimo prodotto dell'annata e si preparano le scorte.
Nel quartiere eugubino di San Martino la festa ha un significato diverso anche se gli estimatori del buon vino sono maggioranza e le botti da forare non mancano malgrado parecchie cantine siano trasformate in negozi e in garage.
Un momento di gioia e di serenità al di là degli affanni quotidiani, delle umane passioni, delle divisioni.
La felicità domestica è un traguardo molto difficile.
Quella del quartiere, almeno sulla carta, dovrebbe essere quasi impossibile. Invece a San Martino la gente è quasi sempre felice perché non ha perso il gusto delle cose semplici, della battuta sdrammatizzante, dell'amicizia cementata magari da una accanita "briscola" e da qualche quarto di quello buono.
Il giorno di San Martino l'amicizia diventa più stretta, l'allegria più contaminata, le battute più frizzanti.
Il quartiere si trasforma in un immenso borgo senza perdere la sua dignità di cuore di una città adagiata pigramente sulle pendici pietrose del monte.
Il consumismo, che è riuscito a contaminare anche le più genuine espressioni del folklore, ha trovato a San Martino vie e vicoli sbarrati.
Gli unici segni di questa devastante civiltà sono le salsicce in cima alla cuccagna e il vino per digerirle.
D'altra parte sono anche i segni di un passato che nessuno vuole rinnegare. Un passato che rivive ogni giorno, ma in particolare per la festa del quartiere.
La nebbia sale su per le balze dell'Ingino e del monte Foce. L'odore del vino rallegra tutti e gesti antichi, quasi ripetitivi, che si compiono il giorno di San martino, ci riportano indietro nel tempo.
Dalle pieghe della memoria riemergono personaggi e situazione che invitano alla riflessione.
Mancano soltanto le vecchie osterie dove venivano serviti anche piatti semplicissimi per aiutare a bere. Ormai il bar la fa da padrone. Ma a San Martino anche il bar ha una sua originalità, anche se esteriormente è come tanti altri, riesce a conservare uno spirito arcano che lo fa sembrare osteria.
Quelle osterie di Anesio, di Astolfo, di Tore, di tanti altri.
Troppo spesso si è guardato a queste persone come a delle "macchiette" o se volete, per usare una espressione tutta sammartinara, a delle "leggere".
Invece erano grandi maestri di vita.
Sapevano accontentarsi di poco e sdrammatizzare anche le situazioni più complesse.
Tore, per esempio, aveva un debito con la Giuina. Un debito di vino.
La Giuina lo rincorreva per le vie di San Martino. E Tore gridava a squarciagola, quasi implorando: "Giuina me li darete".
Una dimostrazione di grande dignità.
Sulle battute fulminanti dei Sammartinari si potrebbe scrivere un libro di mille pagine.
Il trionfo dell'anima popolare.
Un'anima popolare che, malgrado tutto non è ancora morta.
D'altra parte l'anima non può mai morire.
Anche se i tempi sono cambiati e tutto ciò che è popolare viene guardato con sospetto, la tradizione a San Martino e dintorni non si è spenta.
Bastano tre nomi: Baistrocchi, Balenella, Chico. Tre artisti. Il primo del restauro, il secondo del ferro, il terzo del pennello.
Anche Pinocchio usava il pennello. Non per creare suggestive immagini, ma per coprire pareti sconnesse.
Si potrebbe trovare un minimo denominatore comune nel vino. Ma sarebbe ingiusto.
Tutte queste persone, ed anche altre che non è possibile citare solo per esigenze di spazio, hanno avuto e hanno un denominatore comune nella semplicità e nella bontà.
Due sentimenti che consumismo, materialismo, individualismo, permissivismo hanno cancellato dalla faccia della terra, ma non da San Martino.
Dunque, evviva San Martino che è anche capitale della solidarietà.
Non a caso la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Gubbio ha sede nel quartiere.


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