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   Storia dell'UNITA' d' ITALIA
   
L'«Italia Unita» compie 157 anni  

L'«Italia Unita» ... un pò di storia!

Il «Risorgimento» italiano

Il Risorgimento a Gubbio: Ideali, personaggi e lineamenti generali

I Volontari Eugubini nelle guerre risorgimentali
                      (Dai Moti del 1831 a Mentana 1867
)


Documenti (Inno Fratelli d'Italia, libro 1961),

Show di Roberto Benigni: spiegazione dell'Inno d'Italia.

 

  

1861 - 2018 :  -  L'«Italia Unita» compie 157 anni


   Nel 1861, dopo la vittoriosa seconda guerra d'indipendenza contro gli Austriaci (1859) e dopo  la spedizione di Garibaldi (1860)conclusasi con la conquista del Regno delle due Sicilie, ha termine il lungo periodo di lotta politica e militare e si creano le condizioni utili per giungere all'unificazione dell'Italia.
   Il
17 marzo 1861 a Torino viene proclamata l’unità nazionale e la città diventa la prima capitale d’Italia.  «Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato».
    Queste sono le parole che si leggono nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d'Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 del Parlamento, nella quale è stato votato il relativo disegno di legge. Il 21 aprile 1861 quella legge diventa la n. 1 del Regno d'Italia.

   In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un'Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia.
 


  Tre bandiere tricolore che rappresentano i tre giubilei del 1911, 1961 e 2011, in un collegamento ideale tra le generazioni, costituiscono il
logo dell'anniversario che si è celebrato nel 2011. La valenza simbolica delle celebrazioni rimanda ad un messaggio di identità e unità nazionale e testimonia l'impegno di valorizzare il territorio nazionale come espressione di realtà e peculiarità di tutte le Regioni che lo compongono.
 

                                                 

L'«Italia Unita» ... un pò di storia!


Tralasciando la storia precedente, l'Italia viene unita politicamente per la prima volta in epoca romana con la Repubblica Romana (509-27 a.C.). Ma occorre precisare che il carattere "imperiale" delle conquiste effettuate nei secoli seguenti da Roma finisce per snaturare il carattere “nazionale” che l’Italia aveva acquisito sul finire del I secolo a.C.

   Infatti in tutti i territori sui quali estendono i propri confini, i romani costruiscono città, strade, ponti, acquedotti, fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo assimilando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli, ancora dopo la fine dell’impero, tante genti continueranno a definirsi “romane”.
Comunque dal punto di vista strettamente storico,
l’unione politica della regione geografica italiana, realizzatasi in epoca romana, termina nel 476 d.C con la fine dell’Impero romano d’Occidente e la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augusto (l'Impero di fatto era stato diviso tra Occidente ed Oriente nell'anno 395).


   A partire dal 493, con il Regno Ostrogoto, (493-553 d.C.) si realizza nuovamente l’unità politica dell’Italia ed in realtà questo regno è la prima di tante occasioni mancate nel Medioevo per affermare anche in Italia un processo di formazione della coscienza nazionale come già era avvenuto in altri Paesi europei.
      Dal 535 al 553, il territorio italiano diventa teatro della cosiddetta guerra gotica, che terminerà con la sconfitta definitiva degli Ostrogoti e l’annessione di tutto il territorio del Regno all’Impero romano d’Oriente.

 
  Pochi anni dopo, nel 568-569 si ebbe una nuova invasione germanica, quella dei Longobardi che capeggiati da Alboino, occupano gran parte dell’Italia: entrando dal Friuli, ben presto conquistano gran parte dell’Italia centro-settentrionale, che prende il nome di Langobardia Maior, e poi dell’Italia meridionale, che chiamano Langobardia Minor.
   Il Regno dei Longobardi si protrae per circa due secoli, fino a quando essi vengono sconfitti a nord da Carlo Magno nel 774, e a sud, più tardi, dai Normanni.
 Da allora, se tralasciamo i tentativi di costituire un Regno d’Italia autonomo dal Sacro Romano Impero, ad opera in particolare di Berengario del Friuli (850-924), e poi di Arduino d’Ivrea (955-1015),
l’Italia perde definitivamente l’unità politica che ritroverà soltanto dopo circa otto secoli nel 1861 con la nascita del Regno d’Italia, sotto la dinastia di Casa Savoia.
  

                                              

1815 - 1870 :  -  Il «Risorgimento» italiano


   Con l’arrivo in Italia delle truppe napoleoniche (1796), si comincia ad avere un risveglio del sentimento nazionale, che determinerà dopo la caduta di Napoleone e il conseguente congresso di Vienna l’inizio del “Risorgimento” intendendo con esso quel periodo della storia d’Italia in cui l’affermarsi di una coscienza nazionale ha portato ad un'ampia unità politica e all’indipendenza della nazione italiana.
   Il “Risorgimento” vede i primi patrioti aderire inizialmente alla Carboneria, che dà luogo ai moti del 1820-1821, duramente soppressi dagli austriaci. Seguono altri tentativi insurrezionali, tra cui quelli sfortunati di Ciro Menotti a Modena (1831), dei fratelli Bandiera (1844), i moti del 1848 che portano alla prima guerra di indipendenza contro la dominazione austriaca, e vedono anche il coinvolgimento della popolazione, in particolare durante le famose cinque giornate di Milano, e la spedizione nel 1857 di Carlo Pisacane nell'Italia del Sud (Regno delle Due Sicilie), conclusasi con un massacro.
  Soltanto con la seconda guerra di indipendenza del 1859 l’Austria cederà la Lombardia al Regno sabaudo, e si innescherà così il definitivo processo di unificazione, culminante con l'annessione del Regno delle Due Sicilie mediante la spedizione dei Mille (1860), l'annessione del Veneto a seguito della terza guerra d'indipendenza
(1866), la presa di Roma (1870) e la successiva conquista del Trentino Alto Adige e Friuli con la Prima Guerra Mondiale (1915-1918).
   Le personalità coinvolte in tale processo furono molte, ma quattro spiccano su tutte:
 Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo;
 Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, è il più famoso eroe del Risorgimento ed ha dato un eccezionale contributo all'unificazione d'Italia.
 Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna;
 Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.


                                                 

1861 - 2011 :  -  Il Risorgimento a Gubbio: Ideali, personaggi e lineamenti generali
                           (Sintesi della relazione tenuta da Fabrizio Cece il 13 dicembre 2010)


    Il Risorgimento, fin dalle sue prime fasi filo-francesi del 1796-1799, vide pienamente coinvolta la città di Gubbio, sia come comunità, sia attraverso alcuni dei suoi cittadini più rappresentativi. Tante le figure da studiare e da approfondire: ecclesiastici, politici, professionisti, artisti, tutti cittadini di un piccolo centro che, posto a mezza strada tra le focose legazioni emiliano-romagnole e le statiche province romane, si trovò a subire il passaggio della storia in modo non certo indifferente.

    Prima di iniziare questa beve descrizione dei fatti più importanti che hanno caratterizzato il
Risorgimento a Gubbio vorrei che sia fatta mente locale su una circostanza che da secoli ha caratterizzato lo Stato della Chiesa e, quindi, anche Gubbio: qui il capo dello stato e il capo della religione erano la medesima persona.
   Da questa ovvia considerazione discende gran parte della storia politica, economica, sociale e culturale delle nostre regioni.
   La commistione tra stato civile e stato religioso era continua e inestricabile. Solo pochi esempi: i privilegi degli ecclesiastici, la mano morta, il diritto del foro ecclesiastico, i diversi tribunali e il diverso linguaggio usato negli stessi, la mancanza di codici legislativi unici, l’avocazione dei processi, il controllo della scuola e di tutti gli enti caritativi e di assistenza – ospedale compreso – le modalità di elezione dei consigli comunali fortemente controllati dall’apparato ecclesiastico ... tutto questo vigeva qui, da noi.

   Questo sistema che aveva funzionato benissimo per secoli e che, bisogna dirlo, ha garantito lo sviluppo di molti aspetti della nostra cultura, entrò in crisi alla metà del XVIII secolo.

   Alla fine del Settecento (1796), a seguito della prima campagna d’Italia di Napoleone, giunsero dal nord delle strane persone, con strane idee. Si trattava di gente che aveva tagliato la testa al loro re e pure alla regina, aveva ammazzato migliaia di nobili, preti e frati; aveva distrutto un mucchio di chiese; sulla punta delle loro baionette portavano strani concetti: libertà, uguaglianza, fraternità e una cosa chiamata “Diritti dell’Uomo e del Cittadino”.
  Avevano la pretesa di voler mettere la ragione al posto di Dio; si erano messi in testa di capovolgere un principio più che millenario secondo cui la sovranità appartiene a chi la riceve da Dio, cioè al monarca che esercita il suo potere assoluto; loro, invece, andavano dicendo che il potere è del popolo ed è dal popolo che proviene; volevano che ogni cittadino – e non suddito – concorresse alla difesa della "patria": entità misteriosa che da noi iniziava e finiva alle mura che circondavano le città; non volevano che si ricorresse ad un esercito mercenario; avevano un tribunale unico per tutti, una legge unica per tutti; niente privilegi, niente inquisizione, niente discriminazione religiosa; niente decime; dicevano che bisognava sequestrare tutti i beni della Chiesa, farci pagare le tasse, abolire il fedecommesso, la primogenitura, la validità dei testamenti autenticati solo dagli ecclesiastici; effettivamente ne volevano un po’ troppe!
    Ad ogni buon conto, a seguito della campagna d'Italia, il 7 febbraio 1797 l’amministrazione centrale della Legazione di Urbino e Pesaro comunicò il “Nuovo Ordine di Cose” regolato da Napoleone stesso con apposite norme. Gubbio fu “invitata” ad aderire alla Repubblica Cispadana. Cinque cittadini furono incaricati di giurare obbedienza alla Repubblica e nei nuovi ordinamenti che i francesi diedero alla nostra provincia e alla nostra città – credo che oramai sia noto a tutti che Gubbio fece parte della Provincia (Delegazione) di Urbino e Pesaro fino al 1860 – gli eugubini furono subito in primo piano.

   Ricordo, tanto per fare un paio di esempi, Ubaldo Galeotti, nominato dal giovane Napoleone commissario provinciale, e Giacinto Tei, presidente della commissione amministrativa eugubina.
   Gubbio non fu esente dal fenomeno delle insorgenze. La massa rurale, strettamente controllata dalla Chiesa e forse anche per convinzione secolare cercò di ribellarsi al nuovo stato di cose, ma si trattò di un fuoco di paglia.

   Figura assai interessante di questo periodo è mons. Ottavio Angelelli, un dei pochi vescovi che sembra aver appoggiato la politica napoleonica.

    Gubbio, dopo varie vicende, nell'agosto 1800, ritornò a far parte dello Stato della Chiesa.

   Infine, tra il 1808 e il 1814 Gubbio entra a far parte del Regno d’Italia.
   Tutto lo stivale, in mano a Napoleone, è diviso in soli tre stati. Quelle norme che richiamavo sopra furono tutte applicate e non senza problemi. La leva obbligatoria, mai digerita dai contadini, cioè dagli abitanti del contado, creò molti problemi.

   Il Congresso di Vienna sancì il ripristino quasi in fotocopia della situazione italiana al periodo antecedente al 1796 e riconobbe all’Austria il ruolo egemonico negli affari italiani.

  La bontà e l’efficacia di alcune delle riforme amministrative introdotte dai francesi è testimoniata dal fatto che alcune di esse furono mantenute dal cardinale Consalvi al momento del ristabilimento del potere pontificio.
La politica, però, tornò ad essere quella di prima.
    Il desiderio di partecipare alla cosa pubblica senza essere aristocratico o possidente diventò spinta insopprimibile. Vedere ristabilite tutte le vecchie regole spingerà i pochi giacobini locali a tenere accesa la fiamma della ribellione. Nascono le società segrete.

   Gubbio conosce il fenomeno delle vendite carbonare, qui operanti soprattutto per divulgare tra la gioventù massime patriottiche e anticlericali; anticlericali, non antireligiose.
   La prima società, denominata i “Figli di Bruto” nacque nel 1824 a cura di “uno straniero”. Esponenti di spicco furono Giuseppe Barbi e Damiano Tondi. Poco tempo dopo furono fondate altre due organizzazioni segrete: i “Figli della Speranza” e la “Società dei Buoni Amici”, quest’ultima in opposizione alla società filopapale dei “Compari”. Contro queste sette operò, anche su incarico del vescovo Vincenzo Massi, Giuseppe Lucarelli, ingegnere e spia pontificia: un vero personaggio da romanzo.

   Tra i più strenui nemici della Carboneria italiana ricordo Agostino Rivarola – cardinal “protettore” di Gubbio – che operò soprattutto nelle Romagne. Le tre sette eugubine, per contrasti interni, furono scoperte nel 1826. L’anno dopo verranno emesse le condanne. Ma alcuni carbonari se ne erano già andati in esilio: chi in Toscana, chi in Corsica, chi a Malta. Proprio a Malta finì Giuseppe Barbi e lì, tra carbonari esiliati e spie di ogni regime, finì i suoi giorni, pare avvelenato da una maga.

   La nomina di Papa Gregorio XVI, però, azzerò tutte le novità introdotte da Consalvi e fece ripiombare lo Stato della Chiesa ai tempi precedenti la Rivoluzione Francese; ma si illudevano.

   Grande, importante e quasi del tutto inesplorata è la storia del moti del 1831 a Gubbio. Eppure ci sarebbe molto da dire, a cominciare dal ruolo svolto da Girolamo Beni e da Francesco Ranghiasci, il quale Ranghiasci, tra l’altro, si recò a Bologna all’assemblea delle Provincie Italiane Unite per votare l’abolizione del potere temporale del Papa.
   Fu proprio in quel periodo, ed esattamente il 27 febbraio 1831, che a Gubbio tornò a sventolare il tricolore. Fu donato dalla signora Ranghiasci al contingente volontario della Guardia Nazionale e portato per la città “con somma esultanza”.
   La signora Ranghiasci non è altri che Matilde Hobhouse, un personaggio – l’ennesimo – tutto da riscoprire e che sicuramente non fu estraneo alla conversione politica dell’illustre marito il quale però, dopo il 1831, tornò devoto e umile tra le braccia della Chiesa e non se ne scostò più fino alla fine. Stesso discorso per il conte Beni che diventò, addirittura, consultore fiscale del Papa.

   Calato il sipario sulle sette carbonare ecco affacciarsi all’orizzonte colui che per quaranta anni incarnerà lo spirito repubblicano per eccellenza: Giuseppe Mazzini. La
Giovine Italia fece subito i suoi adepti, anche a Gubbio. Anzi, secondo quanto ho trovato scritto poche settimane fa, pare che il primo responsabile eugubino della nuova organizzazione patriottica sia stato Giuseppe Lucarelli, la spia di cui vi dicevo poco fa.
   Gubbio, dopo i moti del ’31, è in continua fibrillazione tanto che al tempo del cardinale Albani, uno che aveva stroncato anche i romagnoli, gli eugubini furono definiti popolo inquieto.

   Ma è difficile muoversi in un clima reazionario, dove il vescovo Massi si impegnò molto per tenere a freno i pochi liberali locali. Due nomi su tutti: il conte Porcello di Carbonana e ancora Damiano Tondi. Furono loro i padri di quella che sarebbe stata la nuova generazione patriottica e cospirativa eugubina, quella degli Agostinucci, dei Leonardi, di Alessandro Domeniconi e di Angelico Fabbri.

    Sono questi gli anni della crisi delle grandi famiglie nobili, crisi sociale ed economica.
    Le ricerche svolte in questi anni mi hanno posto sotto gli occhi i numerosi drammi familiari che investirono la vecchia aristocrazia eugubina, l’unica che per censo era stata in grado di generare i primi esponenti del Risorgimento eugubino. Non era ancora giunto il momento dei professionisti, né, tanto meno, quello degli artigiani, cioè di coloro che costituivano i cosiddetti secondo e terzo ceto.
    Molte famiglie si spaccarono per avere al loro interno fratelli, cugini o rami di comune ascendenza ugualmente divisi tra la fedeltà al legittimo sovrano e la scelta più radicale di democrazia e benessere diffuso, insomma tra il modello vecchio e assolutista e i nuovi principi rappresentati allora dalla Francia e dall’Inghilterra. Cito alcune di queste famiglie: Barbi, conti Benamati, conti Beni, marchesi Biscaccianti della Fonte – o Fonti – conti di Carbonana, Elisei, conti Fabiani, conti Marioni, Tondi.

   Il vaso di pandora fu scoperto – inavvertitamente? – proprio dal monarca del tempo, il Papa Pio IX. Nei primi due anni del suo pontificato, 1846-1847, papa Mastai introdusse una serie di riforme che hanno veramente dell’incredibile, almeno se rapportate al periodo politicamente nero da cui veniva lo Stato della Chiesa, una stato la cui intera produzione industriale era inferiore a quella di una media città inglese. A Gubbio la metà del territorio era in mano della Chiesa e quattro delle prime otto famiglie possidenti erano forestiere.
    Amnistia, attenuazione della censura, concessione dello Statuto, attivazione della Guardia Civica. Tutto sembrava avviato verso una maggiore libertà.
Ma la lotta era tra chi voleva troppo e chi non voleva concedere nulla.

   Nell’agosto 1847 fu arrestato Nazareno Agostinucci. La colpa: aver organizzato una cena patriottica con esposizione del tricolore. Nella notte i gendarmi circondarono la sua casa, fecero irruzione e trovarono l’Agostinucci nascosto in una intercapedine segreta.

   Molte informazioni su questo personaggio – come sulla spia Lucarelli – sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano.
   Anzi, proprio grazie alla collaborazione del dott. Pierpaolo Piergentili – che lavora in quell’archivio – stanno emergendo notizie interessantissime sul Risorgimento eugubino che spero, prima o poi, di riferire in modo adeguato.
   Per il momento sono stato autorizzato a riferire che la bandiera italiana esposta dall’Agostinucci nel 1847 esiste ancora ed è stata rintracciata in uno dei fondi archivistici dell’Archivio Segreto Vaticano.

   Torniamo al Risorgimento a Gubbio ed arriviamo al 1848.
   Il famoso ’48 esplose in tutta Europa con una forza dirompente.
  Non era più il tempo delle riunioni carbonare, ebbe fine i tentativi di insurrezione destinati a fallire prima ancora di cominciare. Ora scendono in campo interi eserciti.
   I nodi politici da scogliere, però, divennero inestricabili. Molti esponenti della cultura pensarono ad una confederazione di stati italiani sotto la guida del papa. E’ il neoguelfismo che, perlomeno, garantì un’ampia e relativamente libera diffusione del dibattito politico.

   Ed è proprio all’interno della Guardia Civica, cioè dell’organo militare locale autorizzato ed approvato, quindi operativo alla luce del sole, che si svolse il primo vero e proprio processo aggregante dei patrioti locali. La propaganda interna fu molto forte perché Guardia Civica significava armi. Gli ufficiali nominati dal papa, il marchese Ranghiasci e il conte Carlo Della Porta, rinunciarono all’incarico. I Fabiani Massarelli furono i protagonisti di questa nuova situazione. Appoggiarono gli esponenti più liberali e decisi nella loro azione di penetrazione. All’interno della Guardia Civica si forgiò gran parte dell’apparato patriottico eugubino. C’erano tutti!

   Nella primavera del 1848 anche i volontari di Gubbio partirono per i confini dello stato. E’ la grande illusione. Il 29 aprile Pio IX calerà il velo: niente guerra all’Austria, niente unità d’Italia, neanche quella immaginata dai neoguelfi.
  Questa presa di posizione gli costerà cara perché sarà alla base di quella esperienza straordinaria, seppur brevissima, che fu la Repubblica Romana del ’49 a cui anche Gubbio diede il suo rispettabile contributo. Cito il conte Ubaldo Marioni che, dopo essere stato eletto a suffragio universale all’Assemblea Costituente romana, fu spedito da Mazzini a Londra come ambasciatore della Repubblica presso la regina Vittoria.
    Che dire poi dei giovanissimi Bruni e Tinti che seguirono Garibaldi fino a Cesenatico?

    Ma accanto al discorso militare non si può certo dimenticare quello delle idee, quello della situazione economica e sociale in cui versavano gli eugubini. I tempi stavano cambiando rapidamente e l’elemento cittadino era sempre più propenso ad appoggiare il moto rivoluzionario. Erano pochi, è vero, ma non si è mai vista una rivoluzione fatta da tutto un popolo. Sono sempre in pochi quelli che agiscono.

   Cosa si pretendeva poi dalla campagna i cui abitanti erano poco meno di servi della gleba? E non certo per colpa loro.
   Cosa si pretendeva dalle centinaia di mendicanti che vivevano delle elemosine delle istituzioni clericali?
   Cosa si poteva chiedere ai tanti artigiani che dovevano la loro sopravvivenza al lavoro loro affidato dai conventi e dai monasteri?
   Cosa dovevano fare gli organi politici locali quando per l’elezione del Consiglio Comunale avevano diritto di voto neanche 200 persone, compresi una quindicina di sacerdoti e una ventina di monasteri, conventi e enti ecclesiastici di vario genere?
    Cosa si poteva fare quando si finiva ai ferri per aver sventolato una bandiera o ti denunciavano se andavi a fare un bicchierino la domenica mattina mentre si diceva la messa?
    Come si poteva contrastare chi aveva il diritto di controllarti non solo il corpo ma anche l’anima?
    Cosa si poteva fare, in quei tempi, quando ogni azione politica contro lo Stato sovrano era bloccata dalla minaccia della scomunica?

    Dobbiamo quindi essere grati a quei pochi eugubini che pur tra mille difficoltà e rischiando in continuazione la pelle tennero viva la fiamma della speranza, senza piegarsi alle bastonature degli austriaci o ai pesanti rimproveri dei vescovi Pecci e Sannibale che, in fondo, non facevano che difendere ciò in cui credevano.
    Ma pure i patrioti – anche se pochi – credevano!

   La fine della Repubblica Romana coincise con l’affermazione di nuove idee e nuovi progetti di unità nazionale.
   Apparve chiaro come il Piemonte – che al contrario di tutti gli altri aveva mantenuto la Costituzione anche dopo l’amarissima sconfitta subita a Novara – fosse oramai l’unico stato in grado di guidare la riscossa nazionale.
    Furono in molti ad abbandonare le idee di Mazzini e a mettersi sotto l’ala protettrice di Casa Savoia.

    D’altra parte la scelta di
Garibaldi, già idolatrato delle masse, aveva aperto la strada a molti altri. Molti, ma non tutti.

    Le forze in campo – e parlo di forza militare non solo di quella politica – erano di tale entità che neanche uno stato relativamente potente come era il Piemonte poteva battere l’Austria. Ecco il motivo dell’alleanza di Torino con la Francia di Napoleone III (Accordi di Plombières). Ancora un passo avanti verso altre speranze, verso altrettante delusioni. E mi riferisco al trattato di Villafranca che mise anzitempo fine alla pur vittoriosa II guerra d’indipendenza.

   E’ venuto il momento di parlare di Angelico Fabbri: ma come si fa? Impossibile solo provare a sintetizzare il suo vulcanico operato. Dirò soltanto che nell’estate del 1859, quando insorsero le provincie della parte settentrionale dello Sato Pontificio, molte città della Delegazione di Urbino e Pesaro si ribellarono. Solo Pesaro e Gubbio rimasero ferme: Pesaro perché lì il delegato Bellà aveva radunato tutte le forze militari della provincia; Gubbio perché il Ranghiasci – secondo quanto racconta Fabbri – fu autore di un bel voltafaccia. Il marchese fu talmente bravo che Pio IX, dietro segnalazione del delegato mons. Bellà, lo premiò con l’Ordine cavalleresco Piano e lui – Ranghiasci – fece conferire dal Consiglio Comunale la cittadinanza eugubina a detto mons. Bellà!

   L’anno dopo, però, la campana suonò anche per lo Stato Pontificio. Una volta avuto il permesso da Napoleone III di impedire a Garibaldi di raggiungere Roma, i Piemontesi entrarono nello Stato Pontificio.

   Il 12 settembre 1860 Nazareno Agostinucci fu liberato dal carcere pesarese dove era stato rinchiuso dalla fine di luglio. Il regio commissario provinciale Tanari diede proprio all’Agostinucci l’incarico di promuovere a Gubbio la formazione degli organi di governo provvisori. Il 14 settembre mattina gli ultimi ausiliari pontifici partirono per Ancona, non sapendo che di lì a pochi giorni avrebbero concluso la loro missione a Castelfidardo.
   Proclamata la giunta ed esposto il tricolore, gli eugubini rimasero in attesa delle truppe piemontesi che a due ore di notte giunsero dalla strada del Bottaccione.

    Il tempo di stampare un manifesto celebrativo, e anche i soldati di Vittorio Emanuele – dopo aver vendemmiato anzitempo nel podere della Peschiera – si avviarono verso le Marche.
   Nell’ospedale di Gubbio rimasero i malati dei due eserciti, pontificio e piemontese.

   Il plebiscito eugubino, come quello di molte altre città, si svolse senza problemi. I circa 3.900 votanti furono tutti favorevoli all’annessione.
  Certo molti di loro non sarebbero stati contenti di quanto la Commissione Municipale provvisoria stava tramando, cioè il passaggio di Gubbio dalle Marche all’Umbria. L’insoddisfazione cittadina scoppio però alla fine di dicembre.
La situazione locale, però, non migliorò subito.
   Nonostante l’impegno del prefetto Filippo Gualterio che si espose in prima persona – assieme a Fabbri – per garantire un prestito a Gubbio. Il marchese Luigi Barbi, consigliere provinciale, si trovò in grande imbarazzo quando cercò di mediare tra la commissione locale – che si era dimessa in massa – e il prefetto dal pugno di ferro. La gravissima crisi causata dalla demaniazione delle Corporazioni religiose peggiorò ulteriormente le cose. Il Comune riuscì ad avere – grazie ad abili manovre politiche – solo l’ex Convento di S. Pietro dove dal febbraio 1861 trasferì la residenza municipale.
   Anche i rapporti con la Curia vescovile si fecero molto tesi, tanto che due sacerdoti diocesani finirono in prigione: uno per aver predicato dall’altare contro il nuovo ordine delle cose, l’altro per essere stato trovato in possesso di armi.

   Il 1° aprile 1861 Vittorio Emanuele II nominò il marchese Luigi Barbi – già gonfaloniere sotto lo Stato Pontificio, già consigliere provinciale – primo sindaco di Gubbio.

 La scelta premiava il moderatismo del marchese il quale, però, si trovò in breve tempo in gravi difficoltà con l’ambiente più radicale cittadino, quello che non gradiva elementi della vecchia guardia alla guida della città. Per questo, nell’autunno 1861, Barbi fu costretto a dare le dimissioni e la città, per vent’anni – se escludiamo la parentesi del marchese Toschi Mosca – fu guidata da soli tre sindaci, tre protagonisti molto attivi del Risorgimento locale: Emilio Benamati, Alessandro Domeniconi e Angelico Fabbri, quest’ultimo da considerare indubbiamente come l’ultima punta di diamante della recente storia eugubina.
                                                 

1831 - 1867 : I Volontari Eugubini nelle guerre risorgimentali:  dai Moti del 1831 a Mentana
                           (Sintesi della relazione tenuta da Fabrizio Cece il 28 gennaio 2011)


   Iniziamo dalla fine, cioè dall’elenco fatto stampare dall’amministrazione eugubina nel 1876 con il quale furono additati alle altre città umbre i volontari di Gubbio accorsi alla difesa della Patria tra il 1831 e il 1867, estremi temporali nei quali vanno collocate le principali campagne militari.
   Quello dei volontari eugubini è un argomento del tutto inesplorato, assai interessante, sul quale prima o poi dovrà essere gettata un po’ di luce.
   Il volontarismo è stata una delle esperienze fondamentali dell’unificazione nazionale ed è una delle basi del mito delle guerre risorgimentali.
   I corpi volontari non erano solo una forza militare. Erano anche formazioni politiche, fortemente connotate. Ed è per questo che i rapporti con le forze regolari furono spesso molto burrascosi. L’ambiente militare tradizionale era alieno dalle motivazioni ideali, politiche, sociali ed economiche che invece furono alla base del volontarismo. Il volontario era considerato elemento inaffidabile, poco controllabile, troppo libero. Ottimo il soldato regolare, meglio se freddo esecutore di ordini.
   I volontari vi furono in tutti gli eserciti, non solo nelle fila di chi lottò per la liberazione e per l’unità d’Italia. Dunque non solo volontari garibaldini, non solo volontari nel Regio esercito o in altri corpi, come i Cacciatori del Tevere, ma anche volontari tra le truppe pontificie.
   E’ chiaro, quindi, che l’argomento presenta delle difficoltà espositive e di sintesi molto grandi.
   In questa occasione tratteremo essenzialmente dei
volontari eugubini che si opposero al regime pontificio e combatterono per un’Italia unita e più grande.
   Nel luglio 1830 si consumò per le strade di Parigi la cosiddetta rivoluzione di luglio che mise fine al regno dei Borbone.
Il Comitato della Emancipazione Italiana, formato dai liberali italiani esuli in Francia organizzò nel 1831 un moto rivoluzionario nel ducato di Modena che ben presto si estese a tutto la parte centrosettentrionale dello Stato Pontificio, da Bologna all’attuale Umbria.
   A Gubbio la notizia della rivolta giunse il 10 febbraio. Scioltosi il potere pontificio fu creato un governo provvisorio che diede vita ad una breve stagione di libertà.
   Per la tutela dell’ordine pubblico il neo governo delle Provincie Unite Italiane organizzò una guardia civica su base volontaria. Il 18 febbraio il comandante Francesco Tondi rivolse un proclama alla cittadinanza per invitarla ad entrare nel piccolo reparto militare. Le adesioni superarono in breve tempo le 500 unità.
   Il 27 febbraio i volontari ricevettero il tricolore dalle mani della baronessa Matilde Hobhouse, moglie di Francesco Ranghiasci, che allora si trovava su posizione molto più liberali di quelle che avrebbe assunto da lì a qualche mese.
  Il 2 marzo ventiquattro volontari comandati da Francesco Tondi s’incamminarono verso Perugia per cooperare con le truppe romagnole nell’avanzata su Roma. Fallita l’azione del generale Sercognani, gli eugubini rientrarono in città il 30 marzo, giusto in tempo per vedere ristabilito il potere temporale del papa ad opera delle truppe austriache.
   Questa breve esperienza ebbe molta importanza per Gubbio, sia a livello politico sia dal punto di vista organizzativo e militare. Si ritrovarono sul campo nobili, professionisti e artigiani, carbonari della prima ora e nuovi adepti, insomma il fior fiore dei vecchi e dei nuovi liberali eugubini che da lì a poco avrebbero preso la strada della Giovine Italia non senza correre grossi rischi personali. L’attesa sarebbe stata lunga, almeno fino alle prime aperture di Pio IX nel 1846.
   Nel 1848 le tensioni che si vennero a creare tra Pio IX e l’Austria lasciarono ben sperare in un grande moto di ribellione in appoggio all’azione svolta da Carlo Alberto di Savoia su Milano. Per accorrere a difendere i confini dello Stato si mobilitarono da Gubbio oltre cento volontari, tutti provenienti dalla Guardia Civica, l’organo militare a cui avevano guardato con estrema simpatia tutti i liberali dello Stato Pontificio. Nella compagnia eugubina erano presenti tutti i più accesi sostenitori dei nuovi principi risorgimentali. L’entusiasmo fu alle stelle. Tutti avvertivano che nella pianura lombardo-veneta si sarebbe giocata una partita fondamentale per le sorti dell’Italia.
   Nella compagnia eugubina furono presenti addirittura due futuri sindaci: Alessandro Domeniconi e Angelico Fabbri.


   L’allocuzione segreta del papa del 29 aprile, nella quale Pio IX espresse la propria contrarietà a muovere guerra alla cattolica Austria, pose fine alle illusioni, ma i volontari pontifici non si ritirarono, varcarono il Po e andarono incontro al loro destino.
   Gli eugubini, con tutto il battaglione Pesaro-Gubbio, furono posti alla difesa di Treviso che, però, capitolò dopo un breve bombardamento austriaco. Il voltafaccia di Pio IX convinse la parte più decisa dei volontari a ritentare l’esperienza della rivolta pochi mesi più tardi. L’occasione fu data loro dal quella grande esperienza che fu la Repubblica Romana del 1849 alla quale Gubbio diede un notevole contributo, anche se l’adesione dei volontari alla Repubblica Romana fu minore rispetto a quanto avvenuto l’anno precedente (1848).
   Questo soprattutto perché nel 1849 tutte le operazioni militari furono svolte contro il volere del pontefice, pena la scomunica.
   Il gonfaloniere di Gubbio, Girolamo Beni, vide con favore l’arruolamento dei giovani eugubini più decisi, definiti dal conte oziosi e teste riscaldate.
   Circa 65 eugubini, molti dei quali avevano già partecipato alla difesa di Treviso, si arruolarono tra febbraio e maggio in tutti i reparti – regolari e franchi – che ebbero un ruolo in quella campagna militare e, soprattutto, nella difesa di Roma.
   Un interessantissimo documento li elenca attribuendo a 58 di loro anche la professione. Abbiamo, per esempio, 17 braccianti e 1 contadino, 29 artigiani (muratori, sarti, fabbri, falegnami, calzolai, cappellai, stampatori etc.), 7 possidenti, 1 studente e il farmacista Angelico Fabbri.
   Dunque su 58 volontari ben 47 appartenevano alle classi dei braccianti e degli artigiani. Appare chiaro, quindi, come molti di loro abbiano scelto il mestiere delle armi non solo per motivi politici ma forse anche per ragioni economiche. Il soldo certo contro la vita grama di tutti i giorni. Questa motivazione è ben documentata per gli anni 1860-61.

   Non è fuori luogo ricordare, per l’ennesima volta, che quando Garibaldi, al termine della sua famosa ritirata da Roma a S. Marino, salpò da Cesenatico per tentare di raggiungere Venezia aveva con sé 200-250 fedelissimi: tra di essi i giovanissimi volontari eugubini
Eugenio Bruni, tamburino, e Adamo Tinti. Ragazzi, come tanti altri, che per seguire Garibaldi avevano rinunciato all’idea di ritornare in famiglia e forse, ad un presente che non volevano più vivere.

Nel giugno del 1859, poco prima dei noti fatti di Perugia, una cinquantina di volontari partì per la Toscana. Lì avrebbero ricevuto l’addestramento necessario per entrare – sempre da volontari – nell’Armata Sarda, allora impegnata al fianco della Francia di Napoleone III contro l’Austria.
Una decina di loro rientrò in Gubbio ad agosto, forse per diserzione. Altri, invece, passarono effettivamente nel Regio Esercito.
   Angelico Fabbri operò con le truppe Romagnole e con il Regio Esercito nel tentativo di organizzare l’invasione delle Marche nel 1860 con l’appoggio di Garibaldi.
  Le cose, però, andarono diversamente. Garibaldi, stanco dei tentennamenti del generale Mazzacapo, preferì dedicarsi all’impresa dei Mille (5 maggio - 26 ottobre 1860).

   Il 30 giugno 1860 Angelico Fabbri si dimise dall’Esercito regolare per potersi unire al generale Cosenz che, almeno così sembrava, stava organizzando un corpo di volontari per l’ennesimo tentativo d’invasione delle Marche e dell’Umbria. Ma Cosenz fu chiamato a Palermo da Garibaldi. Fabbri, saputo ciò e deluso dal fatto che questa benedetta insurrezione nello Stato pontificio non fosse ancora avvenuta, si fece aggregare alla colonna dei volontari e, ai primi di luglio, venduto il cavallo che gli aveva mandato sua madre, s’imbarcò da Genova per la Sicilia.
   L’11 luglio Garibaldi confermò
Fabbri capitano di fanteria. Alla fine di settembre l’eugubino fu aggregato allo Stato Maggiore del generale Cosenz.
  Il 15 dicembre 1861 Fabbri fu insignito della medaglia d’argento al valor militare “per essersi distinto durante la campagna dell’Italia meridionale”.
   Ricordo anche
Teofilo Pieri che, riformato dall’esercito regolare, combatté al Volturno, nella battaglia di Ponti della Valle, meritandosi anche lui la medaglia d’argento al valor militare.
   L’esercito meridionale, al contrario di quanto auspicato da Garibaldi, fu praticamente sciolto da Vittorio Emanuele II perché considerato troppo eterogeneo e, soprattutto, fortemente politicizzato.
   Ma i volontari eugubini – una trentina – si arruolarono anche nel Regio esercito. Tra di essi voglio ricordare il bersagliere
Antonio Soler che nell’assedio di Gaeta del 1861 – un episodio bellico non troppo onorevole per l’Esercito Italiano – meritò la medaglia d’argento al valor militare.

   Sulla partecipazione dei soldati eugubini, compresi i volontari, alla terza guerra d’Indipendenza del 1866 esiste una piccola pubblicazione di Lamberto Marchetti.
   Anche in quella circostanza non mancarono i volontari. Furono soprattutto i gruppi organizzati della sinistra e le società operaie a mobilitarsi per sussidiare gli uomini che partivano per il fronte.
  Angelico Fabbri, allo scoppio della terza guerra d’Indipendenza indossò di nuovo la camicia rossa e partecipò alla campagna del Tirolo nel corso della quale fu promosso al grado di maggiore del III battaglione del 6° reggimento Volontari garibaldini.
   Domenico Capobianchi, del 6° reggimento garibaldino, fu insignito della medaglia d’argento al valor militare per il buon comportamento tenuto nello scontro di Condino, antefatto della ben più famosa battaglia di Bezzecca, che, seppure combattuto su un fronte secondario, rimase l’unico successo italiano nella terza guerra d’Indipendenza in quanto i generali di carriera fallirono per terra e per mare.
Nella fotografia, conservata al Vittoriano di Roma, il volontario garibaldino
Geronzo Geronzi.
   Con Regio Decreto del 15 maggio 1868 proprio
Angelico Fabbri fu decorato con la seconda medaglia d’argento al valor militare “per il disimpegno degl’incarichi affidatigli nei fatti d’arme ai quali prese parte nella campagna del 1866”. In tal modo il suo medagliere si arricchì di un ulteriore riconoscimento.
   Tra i volontari garibaldini vi furono anche altri 10 eugubini e due “emigrati” romani, cioè esuli dello Stato Pontificio che per il ruolo avuto nel 1860 furono costretti a chiedere protezione al Re d’Italia. Anche Gubbio ne ospitò alcuni fino al 1870.

   La questione romana esisteva anche per Garibaldi, certamente in termini assai diversi dall’accezione che si è soliti dare a queste due parole.
   Il 1867 è l’anno del suo ultimo tentativo di prendere la città eterna e restituirla così all’Italia. Ha contro, come negli anni precedenti, Napoleone III e anche Vittorio Emanuele II. Può contare però sull’entusiasmo di centinai di giovani sempre pronti a rispondere al richiamo della camicia rossa.
   Il referente eugubino di Garibaldi è, come al solito, Angelico Fabbri.
Nel settembre 1867 gli vennero dati da Menotti Garibaldi, Giovanni Acerbi ed altri, ampi poteri per arruolare volontari a Gubbio, Perugia, Foligno, Spoleto e muovere con essi verso Roma. L’opera di proselitismo esercitata dal Fabbri tra i giovani eugubini gli costò pesantissime critiche da parte di alcuni esponenti dell’aristocrazia locale che stentavano ancora a comprendere che un mondo era finito e che fortissimo rimaneva nei giovani il richiamo della camicia rossa.
Il conte Carlo Della Porta, per esempio, giudicò Fabbri e i volontari eugubini fanatici e poco sensibili.
   Con il grado di maggiore del corpo dei “Cacciatori Romani”, di cui fecero parte alcuni eugubini soci della Società Operaia, Fabbri difese la roccaforte di Torre Alfina, nei pressi di Acquapendente.
   Come si sa i garibaldini vennero battuti duramente a Mentana il 3 novembre 1867 dai franco-pontifici. La sconfitta fu causata sia dall’armamento di cui erano dotati i francesi - e il riferimento va al famoso fucile chassepot a retrocarica e di lunga gittata -, sia dal fatto che i volontari garibaldini erano giovanissimi, male addestrati, equipaggiati con armi desuete e operanti in un ambiente se non ostile certo poco collaborativo e – secondo taluni – guidati da un Garibaldi non al massimo delle sue capacità di combattente.
  Alla cosiddetta campagna dell’Agro romano parteciparono una sessantina di eugubini. Tra di essi ben 15 dei 19 volontari del 1866.
A Mentana cadde
Ubaldo Ruspetti, giovane calzolaio di 21 anni.
   Angelico Fabbri, segnato dalla sconfitta, presentò le dimissioni – respinte – da presidente della Società Operaia. L’anno dopo, però, volle ricordare quella sfortunata giornata di Mentana ed ottenne per questo l’elogio dallo stesso Garibaldi con una lettera da Caprera, datata 10 novembre 1868: «Mio caro Fabbri ben faceste solennizzando mestamente l'anniversario di Mentana, Coloro che assisterono alla gloriosa pugna combattuta da giovinetti in sì deplorevole stato d'armamento ed organizzazione devono capacitarsi di quanto potremo fare il giorno in cui scenderemo nella lizza a carte uguali, coi nemici
d'Italia. Un affettuoso saluto a tutti dal Vostro G. Garibaldi».
   Ma c’è un altro episodio che vide protagonista un volontario eugubino ed è il famoso scontro di Villa Glori che costò la vita a uno dei fratelli Cairoli. Il monumento sul Pincio, a Roma, porta infatti inciso anche il nome di
Giovanni Battista Bonfatti.

  

   Ecco poi nelle tre foto seguenti tre garibaldini eugubini tutti reduci di Mentana: Luigi Rogari (1850-1929), Luigi Mazzacrelli (1848-1938) e Cesare Migliarini (1848-1931).

Loro furono gli ultimi garibaldini eugubini.

 

   In conclusione, però, ritorniamo sui decorati con una riflessione e una domanda:
  Gubbio, dopo Perugia e Terni, è infatti la città umbra che nelle guerre risorgimentali ha avuto il maggior numero di decorati al valor militare.
Fabbri, Pieri, Soler e Capobianchi: tutti e quattro volontari!
   Gubbio, però, è anche la città del Circondario di Perugia che all’indomani dell’Unità d’Italia fece registrare il maggior numero di renitenti alla leva e, quindi, di disertori (
Nel 1869 su 1833 renitenti alla leva del circondario di Perugia, ben 599 erano di Gubbio!).
   Come rapportare questi due dati apparentemente opposti e quasi inconciliabili? Come è stato possibile che la città con il maggior numero di renitenti figuri anche tra quelle che hanno avuto il maggior numero di decorati?
    Prima o poi occorrerà rispondere.

1961 - 2011 :  -  Documenti

    Nel 1961, in occasione del Primo Centenario per l'Unità d'Italia, il Ministero della Pubblica Istruzione consegnò a tutti gli scolari e studenti d'Italia il libro:

 
"FIGURE
 ED EPISODI
 DEL
RISORGIMENTO
 ITALIANO"

   che contribuì non poco ad integrare e migliorare le conoscenze relative a quel periodo che vide "risorgere" l'Italia come stato libero ed indipendente.

  Il libro (104 pagine) è stato riprodotto e può essere scaricato integralmente
[7,7 MB]

 

 

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Fratelli d'Italia (Inno di Mameli)

   E' l'Inno Nazionale Italiano, scritto nell'autunno del 1847 dal ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro.
   il "Canto degli Italiani" nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria. L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi.
    Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani (e non alla Marcia Reale) il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto al noto God Save the Queen e alla Marsigliese.
   Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli divenisse l'
inno nazionale della Repubblica Italiana.

 Leggi & ascolta

      
   Roberto Benigni al festival di San Remo 2011, ad un mese esatto dalla celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia, con una magistrale interpretazione ha sfogliato le pagine del nostro Risorgimento, ha narrato l'Italia dilaniata e ha parlato di patriottismo, di valori, dell'allegria di un popolo che si ritrova nel suo Inno. Lo ha declamato, di verso in verso, ne ha spiegato il significato e ha concluso cantando, in un formidabile assolo, il canto degli italiani.
 

 Vedi lo show di Benigni su
 

  

   Goffredo Mameli
Nacque a Genova 5 settembre 1827 e morì a Roma 6 luglio 1849.
Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. La vita del poeta e valoroso patriota sarà dedicata interamente alla causa italiana. Partecipò ai moti rivoluzionari del 1848-49 diventando al contempo un seguace di Giuseppe Mazzini. Nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Collabora poi con Garibaldi al cui fianco entra in Roma nel 1849 dove viene proclamata la Repubblica. Combattè a fianco dell' "eroe dei due mondi" al Gianicolo, gettandosi in battaglia con sprezzo del pericolo e per il suo valore conquistò la stima e la fiducia di Garibaldi, divenne suo aiutante ed ottenne incarichi di fiducia che lo portarono ad operare sia a Genova che a Firenze. Il 3 giugno 1849 rimase ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Purtroppo, a causa dell'infezione il giovane combattente lasciò questa vita il 6 luglio 1949 a soli 22 anni. Le sue spoglie attualmente riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo in Roma.

                                                             

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