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   1944 - 2019: 40 Martiri di Gubbio
                      
 (75° anniversario)

   

22 giugno 2019 - 40 Martiri di Gubbio: 75° anniversario


    22 giugno 2019 sono passati 75 anni dall’eccidio, da quella tragica mattina in cui quaranta eugubini innocenti morirono sotto i colpi dell’esercito nazista.

 I nomi dei 40, la loro età:

Allegrucci Giuseppe, anni 34
Baldelli Carlo, anni 34
Baldoni Virgilio, anni 38
Bartolini Sante, anni 55
Battaglini Enea, anni 20
Bedini Ferdinando, anni 39
Bedini Francesco, anni 50
Bellucci Ubaldo, anni 34
Cacciamani Cesare, anni 52
Cacciamani Enrico, anni 50
Cacciamani Giuseppe, anni 19
Farabi Gino, anni 39
Felizianetti Alberto, anni 23
Gaggioli Francesco, anni 17
Ghigi Miranda, anni 30
Ghigi Zelinda, anni 61
Lisarelli Alessandro, anni 23
Marchegiani Raffaele, anni 57
Mariotti Ubaldo, anni 18
Migliarini Innocenzo, anni 40
Minelli Guerrino, anni 27
Minelli Luigi, anni 42
Moretti Franco, anni 21
Moretti Luigi, anni 22
Pannacci Gustavo, anni 36
Paoletti Marino, anni 30
Piccotti Antilio, anni 41
Pierotti Francesco, anni 40
Profili Guido, anni 54
Rampini Raffaele, anni 43
Rogari Nazzareno, anni 50
Romanelli Gastone, anni 17
Roncigli Vittorio, anni 38
Roselli Luciano, anni 23
Rossi Domenico, anni 41
Rossi Francesco, anni 49
Scarabotta Enrico, anni 36
Sollevanti Giacomo,anni 18
Tomarelli Luigi, anni 61
Zizolfi Giovanni, anni 23
 


   Riportiamo in sintesi la storia attraverso la
ricostruzione della storia fatta dal Prof. Giancarlo Pellegrini: «All’alba di giovedì 22 giugno 1944, a Gubbio, in una città desolatamente deserta perché terrorizzata dal coprifuoco e dai rastrellamenti dei giorni precedenti, 40 cittadini innocenti, tra cui due donne, venivano trucidati per rappresaglia dall’esercito tedesco, poiché due giorni prima, nel pomeriggio del 20 giugno, in un bar del centro – il caffè Nafissi o "de la Caterina" – era stato ucciso un tenente medico e gravemente ferito un sottotenente da una pattuglia Gap, con una operazione eseguita da detta pattuglia fuori degli ordini ricevuti.
   Dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati (4 giugno 1944), l’esercito tedesco si stava ritirando verso il nord, verso la linea Gotica.
Si era nella fase di passaggio del fronte e in quei giorni a Gubbio sembrava che l’esercito tedesco avesse pressoché concluso l’arretramento delle truppe oltre i confini di questo territorio comunale.
   Il movimento partigiano, operante nella zona, aveva coltivato il progetto di voler realizzare la liberazione della città prima dell’arrivo degli Alleati, che il 13 giugno avevano liberato Terni, il 16 giugno Foligno ed il 20 giugno Perugia.
   Nel pomeriggio del 20 giugno, in un clima euforico e confuso, nell’illusione che fosse possibile liberare la città dall’esercito tedesco, mentre un gruppo di partigiani – con i loro capi a cavallo – scendeva verso la città dagli stradoni del monte Ingino, una pattuglia Gap – che aveva ricevuto l’ordine di recarsi in località Mocaiana dove due o tre soldati tedeschi stavano facendo azione di saccheggio ed incutevano terrore alla popolazione – iniziò invece in città il pedinamento dei due ufficiali tedeschi, affrontandoli nel bar con l’esito sopra indicato: l’uccisione di uno (Kurt Staudacher) e il ferimento dell’altro (Hermann Pfeil).
   Mentre i patrioti scappavano verso il monte, l’ufficiale ferito riuscì a farsi strada con la pistola in pugno e a raggiungere il comando tedesco.
   La reazione fu immediata: il battaglione tedesco presente nella zona subito piazzò cannoni, mitragliatrici, iniziando dalla piazza del Mercato sia un’intensa sparatoria verso il monte e verso diversi palazzi cittadini, sia il rastrellamento, prendendo in ostaggio gli uomini che incontravano o che trovavano nelle abitazioni.
   Verso la sera del 20 giugno, sembrò che tale azione di rappresaglia fosse sospesa, dopo che il vescovo mons. Beniamino Ubaldi, portatosi presso il comando tedesco situato presso l’Albergo S. Marco, aveva cercato pietosamente di far ricadere su elementi slavi la responsabilità dell’uccisione del tenente medico, ricevendo da quel comandante tedesco l’assicurazione che venivano sospesi i rastrellamenti e l’azione conseguente, purché non si fossero verificati altri incidenti.
   Non fu così. Qualche ora dopo la situazione precipitò. Nella notte furono ripresi i rastrellamenti. Furono presi uomini e donne, giovani e meno giovani, alcuni rilasciati dopo interrogatori sommari, altri trattenuti.
   Inutile risultò, nella mattina del 21 giugno, un secondo intervento presso il nuovo comandante tedesco da parte dello stesso vescovo Ubaldi, il quale, essendosi reso conto della tragedia che stava per abbattersi sulla popolazione eugubina, non esitò a offrire sé stesso pur di salvare gli ostaggi e la città. Ebbe un rifiuto sdegnoso.
    All’alba del 22 giugno fu eseguita la rappresaglia.

   I quaranta designati, dall’edificio scolastico delle Scuole elementari di via Perugina, dove erano stati tenuti in ostaggio, furono condotti in un luogo poco distante, dove poi è stato costruito il Mausoleo e in una fossa, fatta scavare da altri ostaggi poco prima a ridosso del muro che ancora conserva i segni delle pallottole, legati come bestie da macello affinché non potessero fuggire, furono uccisi con scariche di mitra, poi finiti a colpi di pistola e ricoperti appena con qualche manciata di terra.
   Tra le quaranta vittime ci furono due donne (madre e figlia), due non nativi del territorio eugubino (uno, un contabile di Gualdo Tadino; l’altro, un vicebrigadiere dei carabinieri, nativo di Mirto, in Sicilia); ci furono giovani e meno giovani, studenti, operai, artigiani, contadini, un professionista, alcuni con la responsabilità di famiglie numerose.
   Ha scritto don Origene Rogari poco tempo dopo la strage: «Un genio infernale parve avesse scelto di proposito alla strage quaranta innocenti, quaranta casi tutti pietosissimi […] Una madre e la figlia, un figlio unico di madre inferma, padri di cinque, di dieci figli, un padre di cinque bambini già orfani della mamma, due fratelli insieme, un padre e il figlio, onesti lavoratori dei campi e della città, due sordomuti, che non udirono la loro condanna / che profferir non poterono la loro difesa».

 

 

 

   La rappresaglia era stata ordinata dal Generale dr. Johann Karl Boelsen, allora comandante della 114° Jäger Division, cui apparteneva il battaglione di reggimento, che aveva subito l’uccisione del tenente medico e il ferimento del sottotenente.
   La strage dei Quaranta Martiri, effettuata il 22 giugno 1944, non può essere isolata dal contesto di altri episodi dolorosi e tragici, che la popolazione del territorio subì da parte delle truppe nazifasciste.
   Tra le vicende più opprimenti si ricordano: il rastrellamento del 27 marzo 1944, che sui confini del territorio comunale recò un numero alto di morti e arresti, nonché distruzione di case e di edifici; un secondo rastrellamento, iniziato il 7 maggio nel Buranese e continuato nei giorni successivi, con un numero inferiore di morti ma non di atrocità; la presa in ostaggio di 230 persone (anche vecchi, donne e bambini), che si erano rifugiate presso il Convento di S. Ubaldo nel luglio 1944, sottoposte a privazioni indicibili per l’assenza di cibo e di altri generi necessari, e terrorizzate dal fatto che i bombardamenti annunciati e temuti non avrebbero lasciato scampo.
   La strage dei Quaranta Martiri produsse inevitabilmente a Gubbio polemiche a non finire, lacerazioni, un clima pesante, che riguardò sia i rapporti tra le forze politiche antifasciste, sia i rapporti tra le famiglie dei Quaranta e ciò che era espressione del movimento partigiano.
   Poiché diffusa era la convinzione dell’inopportunità delle due iniziative partigiane (sia la discesa dal monte per liberare la città sia l’attacco ai due ufficiali tedeschi presso il caffè cittadino), di conseguenza si attribuiva al movimento partigiano locale la responsabilità di aver provocato la rappresaglia tedesca.
   Si chiamavano in causa sia gli esecutori materiali della sparatoria al caffè (Belardi, Ferretti, Paoletti, sfiorando anche Capannelli, del quale forse non si aveva una spiegazione esauriente di quel che fece); sia il comando della Gap (Amelio Gambini); sia il comando del gruppo di partigiani che doveva liberare Gubbio (Bruno Enei, nonché Stelio Pierangeli, il quale aveva impartito l’ordine di discesa); sia i vertici dell’antifascismo locale (avvocati Salciarini e Rossi).
   Una responsabilità tutta particolare veniva attribuita a Ladislao Rossi, ritenuto il delatore che avrebbe rivelato al comando tedesco che l’uccisione dell’ufficiale medico era stata opera di elementi della resistenza locale.
    Queste congetture danno il quadro tormentato delle fratture che si erano andate consumando nella comunità eugubina.
    Di fronte alle accuse, alle insinuazioni, che coinvolgevano molti, ognuno di questi ha cercato di sgombrare il terreno dalle accuse che lo riguardavano, riversando le responsabilità su altri, con un rimpallarsi a catena di responsabilità e polemiche a livello cittadino, senza riuscire a far luce sulla vicenda.
   Anche il tentativo, effettuato sullo scorcio del 1944, di coinvolgere questura, prefettura, comando militare provinciale in una indagine per accertare eventuali responsabilità e per iniziare un procedimento penale non sortì alcun effetto; l’allora questore Guerrizio giunse alla conclusione che nessuna responsabilità, in ordine alla successiva rappresaglia, potesse essere addebitata sia ai componenti della pattuglia Gap.
   Ben presto a livello provinciale si lasciò perdere tutto.»

  Ci permettiamo di richiamare alla memoria anche
 i fatti bellici di quel 1944, in Italia.

      Il 1944 fu l'anno della "guerra a Gubbio". Infatti la nostra città finì per trovarsi al "fronte" in mezzo gli opposti schieramenti. Gli Alleati, dopo lo sbarco in Sicilia (10 luglio 1943) avevano iniziato la loro risalita lungo la penisola italiana e avevano condotto una lunga e accanita battaglia per occupare il settore di Cassino la cui conquista (18 maggio 1944) permise alle divisioni britanniche e statunitensi di continuare l'avanzata verso il nord unendosi, il 25 maggio, presso Littoria con le truppe sbarcate ad Anzio il 22 gennaio 1944. Insieme continuarono l'avanzata verso Roma, che cadde nelle loro mani il 4 giugno 1944, due giorni prima del grande sbarco nel nord dell'Europa, in Normandia (6 giugno). La loro avanzata proseguì poi in direzione di Livorno e Firenze, ma i Tedeschi costituirono una prima linea di sbarramento (Linea del Trasimeno) e contestualmente una nuova e robusta linea di difesa più a nord, la cosiddetta linea gotica, posta attraverso l'Appennino tosco-emiliano. 

   L' 11 giugno 1944, superati il lago di Bolsena ed i monti Sabini, il fronte sul territorio italiano correva approssimativamente lungo la zona Talamone, Orbetello, Mandano, Sorano ed Orvieto, per poi scendere, nella valle del Tevere e del Nera, tra Narni e Terni, fino a sud di Rieti e di Cittaducale.
   Il 20 giugno 1944 il X Corpo d'armata britannico occupava Perugia senza difficoltà; incontrava invece alcuni ostacoli già sulle colline che si trovano a nord del nostro capoluogo di Regione. Quei primi ostacoli dimostravano che "La fase di inseguimento delle truppe di Kesselring in ritirata era terminata. La linea tedesca era stata adesso ristabilita. Kesselring aveva ripreso il controllo delle sue formazioni ed era più che mai deciso a ripetere i successi difensivi dell'anno precedente. Gli Alleati avrebbero dovuto pagare in uomini e soprattutto, in tempo, per ogni chilometro della loro avanzata dal Trasimeno alla linea Gotica" ( W. Jackson).
   Il 30 giugno 1944 si era conclusa la “Battaglia del Trasimeno”, che aveva visto scontrarsi lungo la “Trasimene Line” la X Armata Tedesca e l’VIII Armata Inglese. La “Trasimene line”, o “Albert line” come la indicavano i tedeschi, era una linea difensiva realizzata dai tedeschi che partiva da Castiglion della Pescaia sul Tirreno per raggiungere l’Adriatico poco a sud di Ancona.
   Dopo giorni di combattimenti con alterne vicende, le forze alleate riuscivano finalmente ad entrare in possesso di Arezzo (16 luglio 1944) e dintorni. Siena era già conquistata (3 luglio 1944). Sul fronte adriatico Partigiani e militari italiani avevano liberato Macerata il 30 giugno, e successivamente le truppe alleate raggiungevano la zona di Ancona ed iniziava la battaglia per la città, terminata il 18 luglio con la sua conquista. Lo stesso giorno  sulla costa tirrenica, si verificava un cedimento del fronte tedesco e gli alleati raggiungevano l'Arno ad est di Pisa, mentre il giorno successivo (19 luglio) entravano in Livorno. Pisa per la liberazione dovrà attendere il 2 settembre, mentre Firenze sarà liberata l'11 agosto.
   Gubbio fu liberata il 25 luglio 1944
e fino quel giorno fu duramente bombardata dalle artiglierie tedesche che, dai monti circostanti, battevano la vallata per contrastare e rallentare l'avanzata delle truppe di liberazione.
   Da questo quadro storico, seppure scarno e necessariamente schematico, si può capire come il territorio del nostro Comune insieme a quello dei comuni limitrofi (Umbertide, Pietralunga, Cantiano, Scheggia, Costacciaro, Sigillo, Fossato di Vico e Gualdo Tadino) venne a trovarsi in una fascia geografica che vide, soprattutto nel periodo marzo-luglio 1944, un progressivo intensificarsi di operazioni e scontri bellici tra gli opposti schieramenti, con l'aggiunta delle forze partigiane.
   Purtroppo in mezzo a tante armi c'erano anche tanti civili inermi che spesso sono stati oggetto e vittime di ingiustificate violenze e di crudeli esecuzioni.
   

    Per l'occasione ricordiamo che due anni fa è stato pubblicato il libro di Giacomo Marinelli Andreoli, “Nel segno dei padri – la storia di Guglielmina e Peter che è il risultato di un lungo lavoro realizzato sul carteggio intercorso tra Guglielmina Roncigli (figlia di Vittorio Roncigli, uno dei 40 martiri) e Peter Staudacher (figlio di Kurt Staudacher, l'ufficiale medico tedesco, ucciso a Gubbio, che rappresentò il motivo della fucilazione dei 40 civili).

   La loro storia di amicizia epistolare – si protrasse fino al 2012 quando la Roncigli si è spenta improvvisamente per un male incurabile.

     Per quanto riguarda il Comune di Gubbio, oltre alla ricordata crudelissima esecuzione dei "40 Martiri" del 22 giugno 1944, occorre ascrivere alla storia anche la morte di tanti altri civili innocenti, come le nove vittime  del bombardamento del 13 giugno a Branca, le due di S.Angelo dopo Serra, le tre di Villamagna, le tre di Padule e di S. Martino che recentemente sono state riportate alla memoria da Gianluca Sannipoli, e poi molti altri casi singoli.
   Oggi purtroppo dobbiamo affermare che non esiste un elenco preciso e definitivo, riteniamo infatti che l'elenco contenuto nella delibera n° 312 adottata dalla Giunta Municipale di Gubbio in data 13 aprile 1954 (ricordata in un recente lavoro di Don Ubaldo Braccini & Fabrizio Cece) sia poco attendibile in quanto accomuna civili non armati "morti in seguito a rastrellamento" e "morti in combattimento". L'elenco inoltre è anche alquanto incompleto giacché alcuni morti non vi figurano affatto. Per esempio non vi figura Ubaldo Palazzari, figlio di "Rigo de Ragnetto", 18 anni, morto a Fontanelle il 4 luglio 1944, colpito da una scheggia di bomba mentre si trovava davanti la sua casa colonica.
   Vorremmo ritornare, con discrezione, a sollecitare nuovamente la stesura di un elenco definitivo, per poter restituire alla memoria anche i nomi di altri "morti civili non combattenti" che trovarono la morte nel Comune di Gubbio a seguito dei fatti storici sopra ricordati, nel 1944.
    Il Consiglio Comunale di Gubbio ha pienamente recepito tale richiesta tant'è che, nel gennaio 2011, ha approvato all'unanimità' un ordine del giorno (a firma dell'allora Presidente del Consiglio Antonella Stocchi) tendente ad
«incaricare studiosi/ricercatori per la stesura di un elenco definitivo, per restituire alla memoria i nomi dei civili che trovarono la morte nel nostro comune; individuare, in collaborazione con gli enti e le associazioni interessate, un luogo ove sistemare una lapide o altro elemento commemorativo riportante i nomi di tutte queste vittime innocenti della guerra».
   Vogliamo sperare che il tutto non cada nel dimenticatoio, anzi auspichiamo che il nuovo Consiglio Comunale e il confermato Sindaco, Prof. Filippo Stirati, voglia dar seguito a tali decisioni tendenti a realizzare una degna sistemazione ad una lapide o cippo riportante i nomi di tutte quelle vittime della guerra, innocenti e dimenticate, "morte a causa della guerra, pur non essendo in guerra".
     Pubblichiamo un elenco, pur incompleto e sicuramente perfettibile.

  Con soddisfazione ricordiamo invece che un giovane eugubino (Filippo Fumaria) si è laureato nel novembre 2011 in Scienza Politiche presso l'Università di Perugia (relatore il Prof. Giancarlo Pellegrini) discutendo un'interessantissima tesi dal titolo:

“Cittadini uccisi per azioni militari durante il passaggio del fronte nel Comune di Gubbio e nei comuni vicini”

che invitiamo a scaricare e leggere                                            

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