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E’ stato pubblicato, nel
Bollettino della Deputazione di storia patria per l’
Umbria, un nuovo testo degli studiosi eugubini Giuseppe
Nardelli e Patrizia Biscarini che approfondisce la pratica
devozionale di andare scalzi e altre modalità e mezzi usati “per impetrare
grazie” a S. Ubaldo.
Si tratta di una monografia in cui i ricercatori hanno indagato
inediti aspetti legati non solo alla devozione dei Conti e Duchi di Urbino per
S. Ubaldo, ma anche alle pratiche più antiche e modalità con cui si chiedevano
grazie al Patrono. Non ultima la pratica (continuata fino a tempi moderni) di
salire scalzi alla basilica del Santo, per chiedere grazie ed aiuto. In tal
senso gli autori hanno indagato e portato alla luce alcuni documenti
cinquecenteschi inediti del Fondo Ducato d’Urbino dell’archivio di Firenze,
con uno studio che si colloca tra l’indagine sul culto e, in modo del tutto
innovativo, l’analisi degli aspetti taumaturgici e terapeutico-medici.
La devozione di
andare alla sua tomba per implorare grazie
avvenne subito dopo la morte di Ubaldo e continuò nel tempo,
ancora prima che il
5 marzo 1192 Papa Celestino III lo
annoverasse tra i Santi della Chiesa. Ma, naturalmente, quella di salire al
monte per la visita alla tomba, iniziò dopo la traslazione del corpo del Santo
dalla Cattedrale in Gubbio, sul Monte Ingino, che avvenne l’11
settembre 1194.
Chi, però, a partire dal 1511, potenziò e rilanciò in modo
consistente la figura di S. Ubaldo furono
Papa
Giulio II (Giuliano Della Rovere) e soprattutto le duchesse
Elisabetta ed
Eleonora Gonzaga, la prima vedova di
Guidubaldo I Montefeltro e la seconda
moglie di
Francesco Maria I Della Rovere. E
proprio un documento relativo ad Eleonora Gonzaga testimonia che nel 1528 era
usuale salire al monte scalzi per andare a chiedere una grazia al Santo. Che
questa devozione, in quel tempo, fosse generalmente praticata lo testimonia, tra
l’altro, un documento materiale: una coppa in maiolica a lustro, uscita dalla
bottega in Gubbio di
Mastro Giorgio Andreoli in cui per la prima
volta viene messo in luce come la visitatrice della tomba sia a piedi nudi.
Gli autori analizzano gli interventi taumaturgici di S. Ubaldo, a
partire dai primi che “vanno posti – come scrive il Cenci - fra il 1155 ed il
1160”, e gli altri numerosi miracoli che sono riconducibili in un periodo
successivo alla morte, quando la attribuzione di poteri taumaturgici continua
notevolmente. Nel corso del 1600, in particolare il canonico lateranense e
rettore del monastero, Carlo Olivieri, che non a caso è esorcista ed autore di
uno specifico testo di scongiuri e benedizioni specifiche, sembra voler
sottolineare ed implementare gli interventi diretti agli ossessi, spiritati ed
in genere contro le possessioni diaboliche, portando a valorizzare il santuario
come sede terapeutica e meta finale di un percorso che riporta la salute. È
possibile ricondurre gli interventi miracolosi in 24 raggruppamenti, che
comprendono 186 casi in cui si è manifestata la guarigione, con oltre quaranta
diverse patologie, che vanno dagli “spiritati” agli incidenti legati al
quotidiano, fino alle forme psichiatriche più estreme della “pazzia e frenesia”,
ma con una buona incidenza degli interventi in occasione di gravidanze, parto ed
anche di sterilità, in linea con la tradizione del più famoso intervento sulla
gravidanza della duchessa. Certamente vi è una moltitudine di fedeli che
provengono dalle località più vicine umbro-marchigiane, dal territorio di
Perugia, ma persino da Montefiasscone, Civitella d’Abruzzo, Modena, Parma,
Siena, Ravenna, Roma e Sutri di Roma, “Regno di Napoli”. Anche il capitolo sulle
reliquie presenta elementi nuovi e sottolineature non del tutto indagate con
approfondimenti anche “tecnici”. La gamma delle reliquie o della formulazione di
un voto è estremamente ampia, sono ben quindici i tipi, “mirati” spesso ad una
certa malattia nei confronti della quale si deve operare il miracolo. Esse vanno
dal “votare” la persona a S. Ubaldo alla promessa di “visitare il Corpo del
Santo”, ad utilizzare la reliquie del Velo e del “ Bombage”, bere l’ Acqua della
fonte di Vallingegno fatta sgorgare dal Santo per la madre affaticata e stanca,
compiere unzioni con l’ olio odorifero o aromatico benedetto “inventato” dallo
stesso Olivieri, ma anche cingersi con la catena del traino del carro tirato da
due tori non domati che ha portato il corpo del Santo al Monte e che si trovava
nel chiostro, o adagiarsi o anche dormire nel letto del Santo che si trovava
sotto l’urna. E infine, salire scalzi alla Basilica. Lo studio è accompagnato da
una esauriente bibliografia ed una appendice documentaria.
La pubblicazione
del Bollettino della Deputazione di storia patria per l’ Umbria è presente nella
Biblioteca Sperelliana, dove è disponibile
per lettura e copie.
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